La missione di agosto 2015 nel racconto di Bruno e Adriano.

   “..... arriviamo a Kinshasa e abbiamo la prima sorpresa. Il nuovo terminal, finalmente con criteri moderni e funzionali, ci accoglie con la civetteria tipica delle cose appena inaugurate. Pensiamo di aver finalmente risolto tutti i problemi legati all’inefficienza storica dei congolesi e, visto che sono le cinque del mattino ed in aeroporto non ci sono altri voli oltre il nostro, cominciamo ad assaporare il piacere di una doccia e del primo giorno di lavoro, che contiamo di iniziare appena arrivati a Kimbondo. Purtroppo  abbiamo fatto i conti senza l’oste. La modernizzazione dell’aeroporto infatti non va di pari passo con l’efficienza dei servizi. Aspettiamo circa tre ore i bagagli che vengono ancora scaricati a mano e sconvolti dalla stanchezza iniziamo a rimpiangere l’aeroporto di Fiumicino, dove le attese per le valigie sono normalmente contenute nell’ora e mezza. Padre Hugo, che ci è venuto personalmente a prendere ed è arrivato in aeroporto alle tre di notte, ci guarda sconsolato al di là del vetro, cercando di capire, come noi, con gli occhi, se  le borse che stanno scaricando siano le nostre. La  fortuna che ci accompagna da sempre fa sì che i nostri bagagli siano, ovviamente, tra gli ultimi ad essere scaricati e la sola idea di perdere un’altra ora al controllo doganale, fa innervosire Adriano che comincia ad imprecare in un linguaggio assolutamente incomprensibile. L’addetto ai passaporti deve rendersi conto della  stanchezza che ci ha assalito nell’attesa, dall’aspetto dei nostri volti. Forse preoccupato dalle occhiaie  o dal brontolio sommesso di Adriano, si limita ad un interrogatorio più breve del solito. Dopo solo mezzora riusciamo finalmente ad abbracciare Padre Hugo, che nel frattempo si è organizzato e ci accoglie offrendoci un thè ed un caffè caldi. Lungo la strada che dall’aeroporto ci conduce a Kimbondo, abbiamo modo di ammirare i cambiamenti che in un solo anno hanno modificato radicalmente l’impatto con la capitale africana. Una strada moderna  a dieci corsie, con tanto di spartitraffico in cemento, illuminato con luci azzurrine al led, segna il percorso che ci divide dal centro città, che va animandosi del solito convulso via vai di gente. Ai lati della moderna via non ci sono più le solite baracche e gli innumerevoli negozietti che  caratterizzavano la vecchia strada, in parte sterrata. Hugo approfitta del nostro ritardo per sbrigare le sue solite incombenze e ci porta a spasso per tutta la mattina. Finalmente, dopo quasi 24 ore dalla nostra partenza, raggiungiamo l’ospedale.
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         Qui  ci accoglie  il caldo abbraccio di tutti coloro che ormai sono diventati nostri amici. Willi, Fiston, Joste, Madlen sono tra i primi che incontriamo e ci salutano come se ci fossimo lasciati  da solo una settimana. Negli alloggi dei volontari rincontriamo Agnese che è in visita da Kinta e cominciamo a progettare la nostra visita al villaggio. Alle due di pomeriggio crolliamo sfiniti dal sonno, senza neanche aver aperto  le valigie. Nei giorni successivi ci diamo da fare come al solito, con i soliti problemi e con nuove difficoltà, dovute al fatto che nè Aimè nè Raissa sono accanto a noi nel lavoro quotidiano. Aimè è spesso impegnato nei turni di notte e al mattino non si regge in piedi e non è in condizione di darci una mano. Raissa è fuori con i bimbi in un campo estivo e la vedremo solo due giorni durante la nostra permanenza. Questo ci crea non pochi problemi con la lingua francese, che sia io che Adriano parliamo con difficoltà, anche se dopo qualche giorno, forse per una specie di miracolo, ci rendiamo conto che, nostro malgrado, abbiamo imparato molto di più di quanto pensavamo. Fra mille risate, qualche suggerimento e molte correzioni, alla fine sembriamo due francesi con un handicap vocale, ma in grado di farci capire.  I giorni della prima settimana passano veloci fra una festa di compleanno e qualche scherzo con i volontari delle altre associazioni, alcuni dei quali sono  vecchi amici che ci fa sempre piacere rivedere. Durante questo periodo abbiamo modo di programmare la spedizione a Kinta. Con lo stupore tipico dei bambini abbiamo preso confidenza con la nuova apparecchiatura mobile che ci consentirà, per la prima volta, di portare le cure ai villaggi. E la preparazione del viaggio ci rende eccitati come scolari di fronte ad una interrogazione. La partenza è prevista per il lunedì successivo. Hugo ci grazia e non ci costringe a partire come al solito alle quattro di mattina.
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      Alle nove carichiamo la jeep con due valigie ricolme di strumenti e materiali, l’apparecchiatura mobile e una tanica di gasolio per il compressore, che ci fornirà l’energia necessaria e che accompagnerà il nostro viaggio con le esalazioni caratteristiche dei derivati del petrolio. Con noi ci  sono Emanuela e Graziano, due volontari di un’altra associazione che si sono offerti di accompagnarci e darci una mano. Dopo quattro ore di viaggio, l’ultima delle quali percorsa fuori strada, nella savana, fra sobbalzi e buche, arriviamo a Kinta. Il tempo di mangiare un panino e ci tuffiamo in questa nuova avventura. Arriviamo alla scuola, l’unico posto dove pensiamo sia possibile lavorare e cominciamo freneticamente ad allestire l’ambulatorio portatile. Alle due siamo operativi e come d’incanto vediamo arrivare da lontano gente a piedi. Sono giovani ed adulti e si muovono tra le sterpaglie della savana come leoni o gazzelle, con andature felpate ma efficaci. In pochi minuti la scuola si riempie di persone. All’inizio imprechiamo un po’ con il riunito portatile, poi, dopo qualche tentativo, capiamo come ottimizzare l’utilizzo e partiamo a testa bassa con le cure. Abbiamo bisogno di qualcuno che sostenga le teste dei pazienti e gli abitanti del villaggio fanno a gara per darci una mano.  Il primo paziente è un giovane di poco più di vent’anni, che ha il terrore anche solo guardando gli strumenti. Deve fare la sua prima estrazione e tutti ci guardano con un misto di diffidenza e soggezione. Quella speciale atmosfera ci mette nella condizione di essere concentrati come se stessimo facendo un trapianto di reni. Il sorriso di sollievo del paziente e l’applauso di tutti i presenti, valgono come il boato di centomila persone allo stadio. Ci gasiamo come mai prima di allora e fino al tramonto non ci fermiamo più, neanche per un attimo. La serata al villaggio, a lume di candela, passa tra un saggio di ragazzi, una splendida pastasciutta e mille chiacchiere che si protraggono fino a notte fonda. Andiamo a dormire accompagnati dai rumori della savana e dall’odore acre di un incendio gigantesco che vediamo venirci incontro da lontano. Ci spiegano che non c’è problema in quanto fra noi ed il fronte di fuoco c’è il fiume. E un serpentello dal corpo bianco, che rimane immobile di fronte a noi, ci fa capire che non serve preoccuparsi. Da queste parti si può morire in molti modi. La mattina successiva riprendiamo presto a lavorare, perchè nel pomeriggio dobbiamo fare rientro a Kimbondo. L’impegno è massimo e alla fine riusciamo a visitare e curare tutti quelli che si sono presentati, circa 20 pazienti.  A mezzogiorno e mezzo smontiamo l’improvvisato ambulatorio e ci rimettiamo in viaggio.
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             Il ritorno passa lentamente, con la testa rivolta, come al solito, al pensiero di quello che è stato. E come sempre c’è il dispiacere di non essere riusciti a fare tutto quello che si dovrebbe e potrebbe fare e la consapevole amarezza di essere stati utili come un grano di sabbia su una spiaggia deserta, ma con la sensazione di aver cominciato qualcosa che, comunque vadano le cose,  avrà un futuro. Gli ultimi giorni all’ospedale sono passati in un lampo. Neanche il tempo di accorgersene ed è arrivato il momento di lasciarsi. E, come sempre, quello è stato il momento più difficile. Ancora una volta la sensazione di qualcosa che si lacera, che ti provoca dolore. E ti salva solo il pensiero che  l’anno prossimo saremo ancora qui. Tra amici.
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